Basilica damasiana

Dall’inizio del IV secolo per circa 80 anni il culto pagano della dea Dia e quello cristiano dei Martiri portuensi convissero, con il tempio della dea Dia a brevissima distanza dalla catacomba di Generosa, e con una probabile prevalenza del secondo sul primo, ma senza sostituirlo completamente.

Nel 382 d.C decadde l’immunitas, che secondo il diritto romano sanciva l’intangibilità dei luoghi di culto pagani. Gli alberi sacri alla dea Dia nell’inviolabile bosco sacro vennero abbattuti per far posto ai nuovi edifici cristiani. Vennero emanati gli editti che legalizzavano le sepolture sopra terra, determinando la fine dell’uso della catacomba di Generosa e la trasformazione dell’area circostante in un santuario cristiano con la costruzione della cosiddetta Basilica damasiana o oratorio damasiano dal nome di Damaso (366 – 384 d.C.), il papa che la commissionò. 

Nel 1868 venne riscoperta dal  famoso archeologo cristano Giovanni Battista De Rossi insieme alle catacombe di Generosa e parzialmente scavata. Nel setacciare le terre di superficie intorno all’abside De Rossi rinvenne un blocco di marmo con l’iscrizione “-stino Viatrici” dalle caratteristiche lettere con volute a ricciolo dette filocaliane o damasiane, dal nome di Filocalo, calligrafo che nel IV secolo per conto di papa Damaso ornò le tombe dei martiri con epigrafi che ne segnalavano la presenza. Studiando i martirologi (elenchi e note biografiche dei santi) De Rossi comprese che l’epigrafe riportava in caso dativo i nomi di 2 dei 4 martiri Portuensi Faustino e Viatrice (poi trasformato in Beatrice con uno slittamento etimologico) e la completò così:  “Sanctis Martyribus Simplicio Fau|stino Viatrici | et Rufiniano Damasus Episcopus fecit” (Papa Damaso eresse questo oratorio per i Santi Martiri Simplicio, Faustino, Beatrice e Rufiniano). Il frammento marmoreo, oggi esposto all’interno della catacomba di Generosa, apparteneva all’architrave della facciata della basilica su cui era incisa la dedica ai martiri, che il team di studiosi francesi che ha indagato l’area negli anni ‘70 rinvenne lungo la parete lunga rivolta ad est. L’ingresso evidentemente non si trovava sul lato corto come in altre basiliche, bensì su quello lungo. 

La basilica ricavata nella roccia (semipogea) venne costruita sbancando la collina al di sopra della catacomba, che si dovette rinforzare per sostenerne il peso. L’interno era suddiviso in tre navate con un’abside che invece di essere in linea rispetto all’asse lungo è in corrispondenza con la sepoltura dei martiri, e quindi decentrata e leggermente obliqua. Dall’abside si accedeva alla tomba dei Martiri attraverso una piccola porta, l’introitus ad martyres (ingresso ai martiri). Accanto era la fenestella confessionis, una finestra dalla quale si traguardava la cripta dei martiri e si potevano introdurre dei pezzi di stoffa (brandea), che entrando a contatto con il luogo sacro venivano considerati essi stessi reliquie. Essere sepolti nelle adiacenze delle tombe dei martiri era ambito, tanto che sotto il pavimento dell’oratorio sono state inserite tombe fino all’inizio del VI secolo. Razzie e instabilità convinsero papa Leone II, come ricorda il Liber pontificalis (memoria delle biografie dei pontefici), a chiudere i luoghi di culto cristiano nelle campagne romane e traslare le reliquie in essi contenute nelle chiese dentro le mura, per difenderle e garantirne la conservazione.Tra la fine del VI secolo e l’inizio del VII l’oratorio venne abbandonato per essere riscoperto nel 1868 da Wilhelm Henzen, l’allora segretario dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica. Henzen era alla ricerca di epigrafi degli acta Arvalium, i resoconti dei riti che i fratelli Arvali  svolgevano durante le feste in onore della dea Dia e che facevano incidere sulle pareti del tempio a lei dedicato. Giunto sulla sommità della collina, denominata in età moderna Monte delle Piche, lo studioso si rese conto che invece dei frammenti delle lastre arvaliche il terreno era cosparso di iscrizioni cristiane. Venne così informato Giovanni Battista De Rossi, topografo della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, famoso per aver istituito la nuova disciplina dell’archeologia cristiana. Egli svolse le prime indagini archeologiche, ma rinvenuta la catacomba al di sotto della basilica si concentrò sull’area cimiteriale che presentava 800 tombe intatte in 400 metri di gallerie. Nuovi scavi della Pontificia Commissione di Archeologia insieme con l’École française de Rome diretti da Philippe Pergola risalgono al 1980-86, quando si individuò l’ingresso e si stimò che la superficie fosse di 300 metri quadri circa.  De Rossi pensava che si trattasse di una piccola chiesa di campagna (lunga 20 metri e larga 14), ma l’oratorio si rivelò essere una basilica di medie proporzioni (superficie delle navate di 280 metri quadrati).

Bibliografia di riferimento:
E. Venditti, Le Catacombe di Generosa alla Magliana, Roma 2000

Altri link utili:
Scheda sovraintendenzaroma
Scheda Arvalia

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