L’opera Il bosco sacro di Ale Senso è stata realizzata nell’ambito del progetto“Sulle orme degli Arvali. Voci e immagini dalle origini di Roma alla contemporaneità” a cura dell’Associazione Muri Lab APS che intende tessere un percorso tra archeologia, arte contemporanea e narrazione urbana nel cuore del Municipio XI.
Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025. Finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi.
Descrizione: l’artista si è lasciata ispirare dagli elementi essenziali presenti nei rituali dei Fratres Arvales, ma spogliati dei loro simboli: sangue e fuoco, aria e acqua.
Dice Ale Senso: “Siamo tutti “figli della madre terra”: Flora, Dea Dia, Cerere, diversi nomi e identità per la stessa entità, colei che si onora con rituali e sacrifici nella speranza di ottenere buoni frutti della terra. Una divinità che vigila sui campi e sui suoi frutti e allo stesso tempo garantisce l’organizzazione e la mappatura di un territorio che diviene sempre più ampio e popolato.
Materiale e simbolico costituiscono la doppia natura dell’essere umano, inscindibili, opposti solo apparenti che rimandano all’idea di dualità, come il maschile e il femminile, il fuoco e l’acqua. Sta poi al nostro pensiero astratto, come in un processo alchemico, armonizzare e sintetizzare in un unica forma fino a raggiungere l’armonia e la sinestesia.”
Tre tronchi bianchi, puri, la cui base è grezza perchè rimanda alla terra, le radici, la corteccia. Procedendo verso l’alto la materia si assottiglia nella geometria di un cilindro, sempre più liscio fino a spogliarsi della sua corteccia e della sua forma e a trasformarsi in lastre trasparenti, che come gli anelli di accrescimento degli alberi, indicano la trasmutazione materiale insita nella sua natura.
L’albero, il vegetale, può infatti nel legno seccarsi e bruciare; la linfa è il suo sangue, trasporta acqua e nutrienti, può rilasciare ossigeno nell’aria dalle radici verso l’alto, contro la gravità. Ale Senso ritiene, in sintes, che gli Arvali celebrassero la “Natura”, una natura però che va accudita, custodita e delicatamente indirizzata secondo il suo tempo.
Il terzo tronco, quello di mezzo, ha un innesto analogico, una dinamo con manovella, che se azionata permette ai tronchi di sangue e fuoco e di aria e acqua di illuminarsi, e quindi di agire.
Secondo l’artista: dall’uomo antico all’uomo contemporaneo abbiamo messo a nudo e studiato alcuni processi, disvelato porzioni di storia etichettandole e mettendole in ordine (forse), i sacrifici e i benefici sono tanti anche se non per tutti (ancora), quindi il “come” tutto sommato procede ma il “chi siamo, perché, e dove stiamo andando” permane. Agire, serve.
Materiali usati: PVC, PMMA, Polistirene estruso, Alluminio, Acciaio inox e Acciaio zincato, Pellicola in PVC stampata, generatore CC a manovella, LED, colla cementizia in polvere, rete da intonaco, aggrappante a base acquosa, pittura bicomponente a base acquosa.
Ubicazione: all’interno del Parco Gioia, subito al di sopra dell’area recintata delle Catacombe di Generosa
Installazione realizzata tra il 6 e 8 novembre 2025
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Il santuario, chiamato lucus nei commentarii o acta degli Arvali, era un complesso composto da diversi spazi cultuali che digradavano lungo un asse nord-sud dalla sommità della collina, denominata in età moderna Monte delle Piche, alla sponda destra del Tevere:
la parte superiore (lucus, bosco sacro), intersecata dalla via Campana, comprendeva il tempio (aedes) e l’ara della dea nel bosco stesso, insieme a vari altari minori;
la parte intermedia (ante lucum, davanti al bosco sacro) con un secondo altare della dea, il Caesareum e il il tetrastylum;
la parte inferiore alle pendici del colle con i papiliones, il balneum e il circo.
Le attività degli Arvali che non prevedevano il contatto con la divinità e più legate all’aspetto “umano” si svolgevano al di fuori del bosco sacro, come le cure del corpo nei papiliones, o le adunanze del collegio e i banchetti sacrificali nel Caesareum. I giochi del circo, comune allo stesso tempo agli uomini e agli dei, si tenevano anch’essi ante lucum.
La parte più importante del sacrificio alla dea Dia si svolgeva nel bosco sacro. Fin dalla mattina del secondo giorno delle feste Ambarvalia il magister e gli altri confratelli Arvali si trovavano davanti al bosco distante 6 miglia da Roma. Il magister sacrificava 2 scrofe espiatorie o porciliae piacolari -corrispondenti alle nostre porchette- per placare preventivamente la divinità per ogni trasgressione alla sacra inviolabilità del luogo in vista della potatura dei suoi alberi sacri (coinquere) e il lavoro da fare -non meglio specificato- (opus facere). Per pulire il lucus e potare gli alberi andavano adoperati strumenti di ferro, e toccare il ferro era severamente vietato, in quanto in senso lato si sottolineava il divieto di guerreggiare o compiere pubbliche esecuzioni per non sporcare di sangue i puri semi novelli conservati nel tempio e utilizzati nelle cerimonie per propiziarsi futuri buoni raccolti. Il verbo latino coinquere unito a lucum indica il contenere la sua crescita, ritagliare una parte del bosco stesso. Dunque questi sacrifici (piacula) dovevano avere la funzione di espiare la potatura regolare del lucus, nonché i lavori legati alla celebrazione del sacrificium della dea Dia, che per le tempistiche in concomitanza con le cerimonie non potevano essere ingenti. Dovevano essere piuttosto lavori simbolici che facevano parte essi stessi del rituale. Dai rendiconti siamo a conoscenza che tra gli alberi erano allori (laurus) e lecci (ilex), il legno degli alberi e dei rami abbattuti veniva rimosso, tagliato e bruciato per fare il fuoco durante i sacrifici, gli alberi morti o distrutti venivano sostituiti.
Al di là delle necessità pratiche, i piacula nel bosco sacro facevano parte del programma liturgico della giornata, soprattutto se messi in connessione con il sacrificio che il magister compiva subito dopo nel circo. Dal momento che il circo era uno spazio comune agli dei e agli uomini, la pompa circensis esaltava il momento in cui gli dei vi si insediavano prima degli spettacoli, con le loro immagini mostrate sulla pista e gli spettatori ad acclamare le divinità e i presidenti dei giochi circensi. Anche nel circo si offrivano sacrifici. Le cerimonie nel bosco degli Arvali possono essere comparate alla pompa, con il sacrificium del magister, il plauso dei partecipanti e i riti in onore di Dia, simili a quelli con cui al Circo Massimo si accoglievano gli dei.
Mentre il circo è uno spazio condiviso fra dei e uomini, il bosco è un luogo sacro di pertinenza della dea. Il significato primario di lucus è radura. Gli uomini dovevano “ritagliare” una parte del bosco davanti al tempio, che annualmente doveva essere coperta dalla vegetazione cresciuta spontaneamente, per trasformarla in radura. Solo i sacerdoti e gli addetti autorizzati potevano addentrarsi nel lucus, mentre i partecipanti rimanevano all’esterno dello spazio riservato solo alle divinità. Le cerimonie nel lucus avevano quindi il doppio aspetto di area permanente all’interno di un bosco, e risultato della potatura necessaria come precauzione rituale quando gli uomini volevano connettersi con la divinità nel luogo a lei sacro, dove manifestava la sua presenza nel mondo umano.
Si compivano ulteriori sacrifici espiatori per l’incisione con strumenti di ferro delle iscrizioni (gli acta) sulle superfici di marmo del tempio della dea Dia, generalmente eseguita in marzo o aprile; oppure per eventi imprevisti come un albero caduto per effetto di vento, caduta fulmini o vetustà; incendi o crolli degli edifici sacri. In questo caso si sacrificavano una scofa, una pecora e un toro (suovetaurilia), a seguire si immolavano due vacche in onore della dea Dia e due ovini per le altre divinità celebrate nel lucus, e poi tanti animali (verbaces) quanti i membri della famiglia imperiale divinizzati, il cui culto si celebrava in un altro edificio presente nell’area e tappa delle processioni degli Arvali, il Caesareum.
Bibliografia di riferimento:
J. Scheid, s.v. Deae Diae lucus, in Lexicon Topographicum Urbis Romae. Suburbium, vol. II, Roma 2004, pp. 189-191
H. Broise, J. Scheid, Etude d’un cas. Le Lucus Deae Diae à , in Les bois sacrés, Atti del Colloquio Internazionale (Napoli, 1989), Napoli 1993, pp. 145-157
Link utili:
Voce Treccani on-line su gli Arvali
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