L’opera Le Epigrafi di Ale Senso è stata realizzata nell’ambito del progetto“Sulle orme degli Arvali. Voci e immagini dalle origini di Roma alla contemporaneità” a cura dell’Associazione Muri Lab APS che intende tessere un percorso tra archeologia, arte contemporanea e narrazione urbana nel cuore del Municipio XI.
Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025. Finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi.
Descrizione: l’artista si è recata al Museo Nazionale Romano Terme di Diocleziano, dove sono conservati alcuni frammenti della decorazione originaria del tempio della dea Dia e il maggior numero delle epigrafi redatte dagli Arvali, gli acta Arvalium, grazie alle quali conosciamo nel dettaglio dove, quando e come si riunivano gli Arvali e quali riti essi compivano.
Ale Senso si è così lasciata ispirare dalle lastre esposte nel chiostro piccolo del museo, provenienti dal bosco sacro degli Arvali, oggi alla Magliana vecchia. In particolare, l’artista ha scelto 5 epigrafi i cui contenuti le sono sembrati particolarmente interessanti.
Materiali usati: fondo aggrappante stabilizzate, idrosmalti su muro
Ubicazione: piazza Madonna di Pompei, alla base della scalinata di via di S. Rufo
Murale eseguito tra il 12 e il 18 luglio 2025
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La prima epigrafe, in alto a sinistra, rappresenta tre frammenti di un calendario, i cosiddetti Fasti. Fra le tavole marmoree rinvenute negli scavi 1867-1869 ve ne sono alcune che riportano parte del calendario romano con indicate le feste che si celebravano durante l’anno e le liste dei magistrati, consoli e pretori, in carica fra il 18-19 e 25-27 d.C.. I riti incominciavano il nono giorno al levarsi della costellazione dei gemelli, ovvero il 27 maggio secondo il calendario giuliano (anno varroniano pari) o il 17 maggio (anno varroniano dispari). Trattandosi di una festa mobile, non era indicata nei Fasti pubblici ed andava annunciata pubblicamente ogni anno. Gli acta fratrum Arvalium servivano proprio a integrare i Fasti indicando le date delle celebrazioni e quanto svolto dai membri del collegio.
Varrone stabilì la data di fondazione di Roma ab urbe condita in base a una lista di consoli che riteneva attendibile come punto di riferimento per il sistema di datazione. Il calendario giuliano fu introdotto da Giulio Cesare nel I secolo a.C.. È un calendario solare di 365 giorni, con 1 giorno bisestile ogni 4 anni. Rispetto all’anno solare effettivo generava un errore di circa 11 minuti all’anno, che fu corretto con il calendario gregoriano di Gregorio XIII nel 1582.
La seconda epigrafe dipinta si trova sotto quelladel calendario di cui si è appena parlato.
K mais in luco deae Diae piaculum factum per calatorem et publicos eius sacerdoti ob ferrum in latum in aedem caussa porcam et agnam opimam
Che possiamo tradurre:
Alle calende di maggio (1 maggio, festa di Flora) nel bosco della dea Dia, un voto fatto dal calator del suo sacerdote e i presenti, con uno strumento di ferro portato nel tempio, di una porca e un agnello pregiato.
Si tratta del rendiconto di un sacrificio espiatorio compiuto a maggio 81 d.C. ma stabilito nell’80 (e dunque inteso come pertinente all’anno precedente) sotto l’imperatore Tito, per ingraziarsi gli dei nell’introdurre il ferro per incidere le iscrizioni nel lucus deae Diae.
Il calator era di solito un servo manomesso (liberato dalla schiavitù) che ogni membro della confraternita degli Arvali aveva, per assisterlo nelle cerimonie. Il calator era addetto del magister e agiva in sua vece nei sacrifici espiatori nel bosco sacro.
La terza epigrafe è tratta dalla stessa lastra della precedente e si trova più in basso.
Loca adsignata in amphitheatro L. Aelio Plauzio Lamia Q Pactumeio Frontone acceptum ab Laberio Maximo procuratore pr… Evennuleio Apronano mag curatore praet… fratribus arvalibus meniano I cun XII grad… grad VIII pedv LI f ped XXXXII s gradv…V cun VI gradib marm IV gradv… summo in ligne tab LIII… XI ped V s
Posti assegnati nell’anfiteatro (Flavio) da L. Elio Lamia e Q. Pattumeio Frontone comprovato da Laberio Maximo procuratore pretore… Evannuleio Apronano magistrato curatore pretore… ai frati Arvali il meniano I cuneo XII gradini…VIII XXXXII piedi gradini… cuneo VI con IV gradini di marmo… nel mediano più in alto di legno alla tabulatio LIII…XI piedi V
Questo è un frammento del rendiconto dell’81 d.C. che indica quali posti fossero assegnati nell’Anfiteatro Flavio, ovvero il Colosseo, al collegio minore degli Arvali, nonché le loro misure. Oltre agli 8 gradini del meniano I ed ai 6 nel II sommo, vennero loro assegnati 11 gradini nel meniano sommo in ligneis (di legno) alla tabulatio LII. Gli Arvali disponevano dunque di 12 posti nei 2 balconi inferiori e 12 posti per i loro aiutanti negli ultimi balconi di legno. Il meniano più alto era diviso in tante tabulazioni, quanti erano gli intercolunnî del portico. Pertanto nel portico sedevano le donne e gli Arvali, dando luogo all’ipotesi che anche altri collegi sacerdotali potessero avere sedili riservati in questo settore.
Questa epigrafe è di estremo interesse per gli studiosi in quanto menziona il maenianum primum (con un minimo di 8 gradini marmorei divisi in cunei), il maenianum secundum (sempre diviso in cunei) e il maenianum summum in ligneis (con un minimo di 11 sedili di tavole di legno), attestando evidentemente che già nell’anno dell’inaugurazione 80 d.C. anche la parte sommitale dell’anfiteatro fosse stata costruita, eccettuati forse dei dettagli della decorazioni, in seguito completati da Domiziano (81-96 d.C.)..
La quarta epigrafe riprende parzialmente un piccolo frammento del I secolo d. C. sotto l’imperatore Tiberio.
Datata al 27 d.C., il magister rendiconta un errore compiuto durante il rito della manipolazione dei cereali (fruges), e la conseguente decisione del collegio dei pontefici di decretare un sacrificio espiatorio (piaculum).
La quinta epigrafe riprende un piccolo frammento del I secolo d. C. sotto l’imperatore Caligola.
Nel 39 d.C. si compirono sacrifici sul Campidoglio per celebrare il compleanno di Antonia Minor madre di Claudio e Germanico, dunque nonna di Caligola, morta due anni prima nel 37. Si menzionano anche cerimonie anche per l’acclamazione imperiale di Caligola. Vengono citate le calende di aprile, 1 aprile.
L’epigrafe in alto a destra è una libera interpretazione dell’artista e delle curatrici, una firma e titolo dell’intero progetto:
Idibus iulis anni MMXXV hodie novi Arvales convenerunt ad ritos antiquos recreandos consociatio Muri Laboratorium investigatione historica et memoria contulit er artifex Alexandra Sensus eos coloribus et imaginibus ad vita revocavit
Alle idi di luglio del 2025 (15 luglio) oggi novelli Arvali si sono riuniti per ricreare gli antichi riti. L’associazione Muri Lab li ha riportati alla memoria attraverso un’indagine storica e l’artista Alessandra Senso li ha revocati con i colori e le immagini.
L’epigrafe sul lato del muro è il famosissimo carmen arvale:
E nos, Lases iuvate! (Ter)
Neve lue, rue, Marmar,
Sins incurrere in pleores! (Ter)
Satur fu, fere Mars, limen sali, sta ber ber (ter)
Semunis alternei advocapit conctos (ter)
E nos, Marmor, iuvato! (Ter)
Triumpe Triumpe Triumpe! (Ter)
O Lari, aiutateci!
No pestilenza e rovina o Marmar
Non permettere che cadano su molti!
Sii sazio, o feroce Mars;
Balza sulla soglia, fermati là
I Semoni li chiamerà tutti.
O Marte, aiutaci!
Trionfo, trionfo trionfo (battete il piede tre volte)
I sacerdoti chiusi nel tempio della dea Dia leggevano il carme cantando e danzando in ritmo di 3/4 (tripodatio). I primi 5 versi saturni venivano ripetuti per 3 volte ad un ritmo molto lento e rispondendosi per gruppi; il triumpe finale senza aspirazione, è un’esclamazione trionfale, che dava inizio alla danza denominata tripudium. Lo stile del testo è particolarmente solenne, le invocazioni alla divinità sono ripetute. I Semoni sono le divinità delle sementi.
Durante dei lavori alla sacrestia nuova del Vaticano nel 1778 è stata rinvenuta una lastra con una copia del carmen arvale datata al 29 maggio 218 d. C.. Il carme o inno fu probabilmente composto tra il V e il IV secolo a.C., ma lo conosciamo nella versione voluta da Augusto (fine I secolo a.C – inizio I d.C.) per riportare e mantenere in vita le tradizioni degli avi, benché probabilmente in casi come questo il loro effettivo significato dovesse ormai rimanere oscuro. Nel canto si invoca l’aiuto di Marte dio della guerra e dei Lari spiriti degli antenati defunti perché non facciano inaridire i campi e si impegnino a mantenerli fertili e fruttiferi.
Secondo un’interpretazione questo carme può essere interpretato come un’invocazione all’antico Marmar, il Dio Lupo figlio della Dea Lupa, cioè la bramosia che devasta i semi conservati per la semina successiva. Pertanto si ingiunge di fermarsi e non oltrepassare la soglia del tempio, per evitare che le sementi vengano corrotte da roditori, uomini o malattie. Si invocano poi gli dei delle sementi, i Semoni, perché assistano a proteggere i semi conservati nelle olle, recipienti panciuti di terracotta.
Lo studioso Scheid, che ha dedicato al tema moltissime delle sue ricerche, osserva che nel carme i fratelli pregavano i Lari per aiutarli, Marte per impedire a Dissoluzione e Distruzione di abbattersi sul popolo e di saltare sulla frontiera per prendervi posizione. Seguiva l’invocazione ai Semoni e nuovamente una richiesta di aiuto a Marte, con le ripetizioni finali del grido triumpe, “vittoria”.
Bibliografia di riferimento:
J. Scheid, Gli Arvali e il sito ad Deam Diam, in R. Friggeri, M. Magnani Clementi, C. Caruso, Terme di Diocleziano. Il chiostro piccolo della certosa di Santa Maria degli Angeli, Milano 2014
M. Colagrossi, L’anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia, Firenze-Roma 1913
Altri link utili:
carmen arvale
canto degli Arvali
rituale purificazione
Arvali su romanoimpero
Colagrossi on-line
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