L’opera i riti di Ale Senso è stata realizzata nell’ambito del progetto“Sulle orme degli Arvali. Voci e immagini dalle origini di Roma alla contemporaneità” a cura dell’Associazione Muri Lab APS che intende tessere un percorso tra archeologia, arte contemporanea e narrazione urbana nel cuore del Municipio XI.
Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025. Finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi.
Descrizione: l’opera è costituita da 12 lastre incise che raffigurano le attività rituali compiute dai sacerdoti Arvali durante le feste dedicate alla dea Dia, le cosiddette Armbarvalia. Queste feste avevano lo scopo di assicurarsi un buon raccolto di grano e si celebravano sia in città sia qui a Magliana vecchia, nel santuario della dea Dia e nel bosco sacro. Queste festività duravano 3 giorni e ricadevano in date diverse: negli anni pari il 17, 19, 20 maggio e negli anni dispari il 27, 29, 30 maggio.
Grazie ai resoconti che gli Arvali ci hanno tramandato, conosciamo perfettamente azioni, tempi e luoghi che cadezanvano le attività cultuali degli Arvali. Diversamente dalle celebrazioni di altri culti dell’antica Roma, di cui rimangono poche notizie, le descrizioni scritte dai fratelli Arvali sono così numerose e dettagliate che permettono di ricostruire con precisione tutte le fasi del rito.
Le lastre realizzate da Ale Senso raffigurano queste diverse fasi del rito, in sequenza da sinistra verso destra. L’artista ha voluto sfruttare la trasparenza delle lastre per rifletterne le immagini incise: di giorno con la luce del sole e di notte con un sistema di luci che riflettono i disegni sulla parete del muro retrostante. Volutamente queste raffigurazioni si mostrano opache, lontane, segni di un passato che viene rievocato in prossimità dei luoghi che hanno ospitato queste importanti testimoninze arvaliche.
Il sistema di illuminazione è a minimo impatto ambientale. Basta azionare il pulsante vicino alla targa dell’opera per avviare le lampade: la luce attraversa le lastre da sinistra a destra, seguendo lo stesso ordine della loro collocazione sulle basi, proiettando sul muro l’ombra di una singola immagine alla volta, molto ingrandita e sfocata.
Durante il ciclo luminoso tenendo premuto il pulsante più allungo si blocca l’immagine illuminata in quel momento. Una volta che si lascia il pulsante, il ciclo dopo pochi istanti.
Per le illustrazioni l’artista si è ispirata a uno dei più importanti e recenti studi sull’argomento: Scheid, Romulus et ses frères. Le college des Frères Arvales, modèle de culte public dans la des empereurş, EFR 275, Roma 1990.
Materiali usati: basamento in legno verniciato. Tavolette in struttura di polistirene espanso, rinforzato con un anima in multistrato fenolico, rivestite con collante cementizio per piastrelle. Verniciato con idrosmalto.
Assiemaggio con collante specifico. Ancoraggio alla basamento tramite bulloni e dadi.
Disegni originali trasferiti a mezzo stampa con colori UV su pannelli trasparenti in stirene acrilonitrile, rifiniti con intervento pittorico.
Luci: sorgente luminosa singolo led ad alta luminosità. Corpo faretto alluminio e acciaio. Accensione dei led controllata tramite microcontroller Arduino mega 2560 attivata tramite pressione di pulsante dedicato operante a bassissima tensione di sicurezza.
Ubicazione: via delle catacombe di Generosa n. 41
Installazione realizzata tra il 18 luglio e il 7 settembre 2025
Vai alle foto dell’opera
Per saperne di più sul progetto e le altre opere realizzate cliccate qui
Oppure per saperne di più sui singoli riti degli Arvali e vedere le immagini originali ideate da Ale Senso:

Sacrificio del magister
Il primo giorno le cerimonie si svolgevano a Roma nella residenza del magister in carica in quell’anno (domi, in casa), o al palazzo imperiale quando l’imperatore stesso era magister. Si compivano sacrifici con incenso e altri riti prima e durante un banchetto. Il magister all’alba cominciava il rito sacrificale offrendo incenso e vino, di seguito indicava alla dea Dia cereali verdi e secchi (fruges), e quindi maturi, toccandoli.

Unzione della statua di Dia
Il magister cospargeva il simulacro della dea Dia con oli profumati. Gli altri sacerdoti con la toga pretesta (ornata inferiormente) e delle bende, anche loro compivano sacrifici con incenso e vino e toccavano cereali verdi e secchi, ovvero le messi dell’anno precedente e quelle di stagione, prima di ungere la statua di profumi. Poi proseguivano andando alle terme. Dopo mezzogiorno si lavavano le mani e con una veste da tavola di colore bianco banchettavano sdraiati su triclini. Dopo il banchetto si lavavano nuovamente le mani, ricevevano dai loro assistenti offerte che sacrificavano con incenso e vino, e in seguito oli profumati e corone da banchetto. La cerimonia terminava sfogliando una rosa. Alle spalle della statua di Dia è la costellazione dei gemelli, perchè i riti cominciavano il nono giorno dal levarsi di questa costellazione, il 27 maggio secondo il calendario giuliano (anno varroniano pari) o il 17 maggio (anno varroniano dispari). Trattandosi di una festa mobile andava annunciata pubblicamente ogni anno.

Sacrificio delle scrofe espiatorie
Nel secondo giorno delle feste i sacerdoti si spostavano al lucus deae Diae, il bosco sacro distante 6 miglia da Roma, oggi alla Magliana. Di buon ora il magister offriva su un altare 2 scrofe espiatorie o porciliae piacolari -corrispondenti alle nostre porchette- per placare preventivamente la divinità per ogni trasgressione alla sacra inviolabilità del luogo in vista della potatura dei suoi alberi sacri e gli altri lavori da compiere.

Potatura del bosco sacro
Faceva parte del rito potare gli alberi per preparare il luogo ai sacrifici, creando una radura all’interno del bosco sacro, il cosiddetto lucus. Toccare il ferro era severamente vietato, in quanto in senso lato riferimento alla guerra e alle armi, simbolicamente per non sporcare di sangue i puri semi novelli conservati nel tempio e utilizzati nelle cerimonie per propiziarsi futuri buoni raccolti. Per questo scopo gli Arvali sacrificavano due porcilia, le nostre porchette, che avrebbero mangiato nel loro banchetto rituale.

Offerta della vacca
Il magister andava al circo, altro edificio del complesso cultuale, per offrire alla dea Dia una vacca su un focolare portatile su cui era disposta una zolla di erba. Si recava poi nel tetrastylum, ulteriore edificio del complesso, dove erano custodite le statue degli imperatori romani ritratti come fratelli arvali. Di seguito il magister tornava all’altare di Dia per offrirle le viscere delle scrofe (exta) e al circo per offrirle quelle della vacca. poi faceva registrare che aveva correttamente svolto i riti e le offerte appena celebrati. Dopo essersi tolto la toga pretesta andava prima alle terme del complesso e poi nel suo padiglione (papilio), una camera che si trovava sul lato curvo di un portico monumentale antistante alle terme. Unitosi ai fratelli nel frattempo giunti da Roma, insieme si facevano un bagno, vestivano la toga pretesta, e si recavano nel tetrastylum dove si sedevano su delle panche (subsellia). Qui facevano annotare di aver partecipato ai riti e consumavano un pasto rituale con pane, sangunculum (a base di sangue) e carne della scrofa.

Arvale con bende e corona di spighe
I confratelli velavano il proprio capo con un lembo della toga e vi apponevano una corona composta da spighe di grano legate con nastri bianchi, loro elemento identificativo. L'immagine si ispira al ritratto dell'imperatore Antonino Pio come arvale oggi conservato al Musée du Louvre a Parigi.

Processione degli Arvali
Facendosi largo fra la folla i fratelli Arvali si spostavano dagli altri edifici dell’area cultuale, che si trovavano sul declivio del colle ai piedi del bosco sacro, per salire verso l’altura dov’era il lucus deae Diae (ad lucum…ascenderunt).

Sacrificio dell’agnella o agna opima
Il magister e il flamen suo attendente offrivano focacce e dolci (strues e fertum) di fronte al tempio della dea Dia e poi sacrificavano un’agnella grassa (agna opìma), Offerte le viscere dell’agnella (exta) i confratelli compivano sacrifici con incenso e vino per incominciare una nuova fase del rituale, La cerimonia del pomeriggio era la più solenne, e ne abbiamo una descrizione dettagliata nelle due tavole con la relazione della festa degli anni 218 e 219 d.C..

Polpette e focacce
Gli Arvali si recavano nel tempio e offrivano per 3 volte 3 polpette fatte di farina, fegato e latte: le prime 3 su una mensa a Dia, le seconde 3 per 2 volte su una zolla di erba posta a terra alla Mater Larum, Acca madre dei Lari, dea associata a Dia, connessa al pari dei Lari al terreno. Altre 3 polpette e 3 focacce erano offerte a Dia sull’altare di fronte al tempio. Nuovamente nel santuario i fratelli pregavano su delle olle (pentole panciute di terracotta) piene di puls, una zuppa di cereali che i sacerdoti versavano sul terreno degradante davanti al tempio, considerandola come cena della Mater Larum.

Pane rivestito d’alloro
Dentro il tempio i fratelli Arvali distribuivano pani rivestiti di alloro agli schiavi pubblici del collegio e agli altri liberti pubblici loro assistenti. Sia i pani che la puls sarebbero stati cucinati con i cereali secchi dell’anno precedente, alludendo al buon esito del raccolto.

Flamini davanti al tempio di Dia
Il magister e il flamen fuori dal tempio mandavano due fratelli con gli schiavi pubblici a prendere dei cereali verdi. Cominciava così la seconda parte del banchetto delle dee in cui il vino si scambiava con i cereali (fruges). In questo simposio magister, flamen e altri fratelli si servivano a vicenda il vino con la mano destra e con la sinistra prendevano le fruges che poi davano agli schiavi. Il senso di questo rito era di offrire del vino in cambio di un buon raccolto. Seguiva un altro sacrificio sull’altare di incenso e vino dolce, ceste di dolci (panificia), tipici del simposio al quale facevano partecipare la dea.

Corona di spighe
Nel tempio i sacerdoti intonavano il carmen arvale. Terminato l'inno, i fratres sovrintendevano all’apertura del tempio, e una volta ricevuti dei saponi con delle rape (lomenta cum rapinis) ungevano le statue della dea Dia e Mater Larum con queste sostanze profumate rustiche offrendo loro anche dei ceri accesi. Si disponevano davanti alla porta aperta del tempio facendovi portare delle corone di offerta, mentre il segretario ad alta voce menzionava i nomi dei diversi sacerdoti, che toccavano l’altare e disponevano sul capo delle dee le corone portate all’interno dai servitori. Tutti questi elementi rimandavano al simposio inteso come banchetto sacro, in cui si incoronavano le dee, si riceveva vino dolce e dolciumi, e si recitavano poesie.
Bibliografia di riferimento:
J. Scheid, Gli Arvali e il sito ad Deam Diam, in R. Friggeri, M. Magnani Clementi, C. Caruso, Terme di Diocleziano. Il chiostro piccolo della certosa di Santa Maria degli Angeli, Milano 2014
Altri link utili:
voce Arvali treccani
voce Arvali romanoimpero
Per saperne di più sul progetto e le altre opere realizzate cliccate qui
iriti
- TUTTI
- generale drone
- generale
- particolare firma
- particolare faretto
- notturna




