Gli acta Arvalium o acta fratrum Arvalium sono i rendiconti dei riti che venivano svolti dai sacerdoti Arvali. Questi documenti rappresentano l’unica testimonianza sinora nota di come funzionassero le azioni cultuali di sacerdoti romani.
I membri del collegio degli Arvali stilavano gli acta prima sui codices, tavolette cerate conservate negli archivi riservati all’uso esclusivo dei sacerdoti stessi, e poi facevano incidere in copia sulle lastre di marmo del tempio della dea Dia al V miglio della via Campana, corrispondente all’attuale Magliana vecchia.
Oggi le tabulae arvaliche giunte fino a noi consistono in circa 150 resoconti con la minuziosa descrizione delle adunanze degli Arvali, dal 21-20 a.C. a 304 d.C., conservate per lo più tra i Musei Vaticani e il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano.
Intorno alla fine del II secolo d.C. quando è finito lo spazio a disposizione sul basamanto del tempio della dea Dia, gli Arvali hanno iniziato ad usare tutti i margini vuoti delle lastre più antiche, per questo oggi abbiamo gli acta del 213 sotto alle epigrafi del 155; del 219 in fondo a quelle del 90. Per avere ancora più spazio a disposizione a volte i rendiconti sono stati incisi addirittura su elementi di arredo, come piani e zampe di un tavolo.
Fin dal XVI secolo tre frammenti erano entrati nelle collezioni epigrafiche di Jano Corycio, protonotario del Lussemburgo. Nel 1570 nei possedimenti del protonotario Fabrizio Galletti in prossimità del Tevere si rinvennero 9 basi iscritte in cui si citava il titolo di fratello arvale e busti di imperatori con il capo ornato da corone di spighe, identificative dei membri del confraternita, e nello stesso periodo altre 2 epigrafi con gli acta del 224 d.C.. L’interesse per le epigrafi in seguito scemò, per poi rialimentarsi nel XVIII secolo in seguito alla scoperta durante dei lavori alla sacrestia nuova del Vaticano del resoconto del 218 d.C. con la copia del famoso carmen arvale.
Wilhelm Henzen, l’allora segretario dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica esortò i fratelli Ceccarelli, proprietari di una vigna che si trovava proprio nell’area del bosco degli Arvali, a effettuare una campagna di scavi, durante la quale emersero moltissimi frammenti degli acta Arvalium. Tra di essi, tanti vennero riutilizzati nelle catacomba di Generosa che nel IV secolo si impiantò nelle vicinanze del tempio: le lastre di reimpiego presentano su un lato gli acta fratrum Arvalium e sull’altro epigrafi cristiane.
Altri frammenti vennero rinvenuti nel corso del tempo, come quelli sotto la chiesa di San Crisogono a Trastevere nel 1914, che riguardavano i riti dell’anno 240 d.C.. Un altro emerse durante gli sventramenti per risanare il teatro di Marcello negli anni ‘20.
Gli scavi ripresero nel 1974 con la collaborazione fra la Soprintendenza Archeologica di Roma e l’École française de Rome, diretti da Henri Broise e John Scheid, tra i massimi esperti dell’argomento, cui hanno riservato tantissimi studi e pubblicazioni.
Grazie a queste nuove campagne archeologiche è stato possibile effettuare un riscontro fra gli edifici menzionati negli acta e le evidenze archeologiche ancora presenti in un territorio in piena trasformazione urbanistica a partire dagli anni ‘20, delineando una pianta con gli edifici con i resti ancora esistenti come la fondazione del tempio della dea Dia, sotto al ristorante La Tavernaccia in via del Tempio degli Arvali, o le terme in via della Magliana 567 sotto la casa Agolini.
Grazie a questi documenti conosciamo nel dettaglio dove, quando e come si riunivano gli Arvali e quali riti essi compivano.









