I fratres Arvales, o fratelli Arvali, nel mondo romano sono i sacerdoti dediti al culto della dea Dia, la dea “luminosa” che protegge la maturazione finale dei cereali (fruges) con la sua luce benefica. La dea Dia successivamente viene identificata anche con la divinità Cerere.
I sacerdoti Arvali sono 12 senatori di alto rango che compiono sacrifici pubblici per assicurare il buon esito della coltivazione dei campi (arva).
Secondo la tradizione, il collegium degli Arvali sarebbe stato fondato da Romolo e i suoi 12 membri scelti fra l’aristocrazia. Il numero di 12 rimanda ai 12 figli del pastore Faustolo e di Acca, la dea Lupa madre dei Lari, che avevano allevato i gemelli fondatori di Roma. Si dice che morto il dodicesimo figlio di Acca, Romolo stesso avrebbe preso il posto del figlio della sua nutrice, dando così origine alla confraternita. Romolo avrebbe anche scelto la corona di spighe legate con nastri bianchi come elemento identificativo dei confratelli, che se le ponevano sul capo durante le cerimonie (come si vede nelle foto).
Gli Arvali ci hanno restituito gli acta fratrum Arvalium, i rendiconti dei riti che svolgevano, redatti sui codices, tavolette cerate conservate negli archivi per il loro uso esclusivo, e incisi in copia sulle pareti del tempio della dea Dia. Alcuni resti di questi rendiconti sono stati rinvenuti, fin dal 1500, nel bosco sacro dove i fratelli si radunavano per svolgere i loro sacrifici, oggi alla Magliana vecchia.
Questi documenti sono fondamentali anche per conoscere il funzionamento di altri collegi religiosi del mondo antico romano, perchè sono l’unica testimonianza sopravvissuta fino ai nostri giorni, non esistono altri testi antichi che documentano così in dettaglio luoghi, date e specifiche azioni cultuali.
Grazie a questi documenti sappiamo che il sacerdozio, caduto nell’oblio nel corso dei secoli, venne rifondato nel I secolo a.C. da Augusto, che attuò una politica di rinnovamento dei culti arcaici insieme a una intensa attività di restauro di antichi luoghi di culto. Da quel momento l’imperatore divenne anch’egli un arvale e il numero dei fratres aumentò. Gli acta Arvalium menzionano 33 imperatori arvali.
Si entrava a far parte del collegio degli Arvali perché liberamente eletti (cooptatio) oppure, come spesso avvenne, per decisione dell’imperatore (ex litteris imperatoris). Le cariche venivano elette annualmente durante le cerimonie del mese di maggio e diventavano esecutive dal successivo 17 dicembre, per un anno. A sovrintendere era il magister, coadiuvato nelle cerimonie da un flamen. Il magister poteva essere sostituito da un fratello delegato, il promagister.
I fratelli avevano come assistenti dei ragazzi nobili figli di genitori ancora in vita, patrimi e matrimi, e un servo liberato, chiamato calator. A custodire il tempio della dea Dia era un edituus.
Tra i compiti degli Arvali c’era quello di sovrintendere alle feste dei campi chiamate Ambarvalia, che consisteva nello stabilire i confini delle proprietà attraverso una processione. Per estensione, nello stesso modo, si ribadiva il perimetro della città con una cerimonia pubblica e religiosa.
Il 3 gennaio gli Arvali si riunivano in Campidoglio per sciogliere i voti compiuti nel passato e farne di nuovi per l’anno a venire. Stabilivano allora i giorni della festa della dea Dia, che essendo mobile cambiava di anno in anno, tra il 17, 19 e 20 maggio e 27, 29 e 30 maggio. Il primo dei tre giorni di festa si svolgeva in città, il secondo nel lucus deae Diae, il bosco sacro alla Magliana, il terzo di nuovo in città.
Nel bosco sacro presso la Magliana vecchia gli Arvali svolgevano i cosiddetti piacula, ovvero sacrifici espiatori. Per evitare le conseguenze di eventuali errori nella procedura dei riti ed evitare di inficiarne i risultati o indispettire gli dei, si procedeva a sacrifici espiatori che preventivamente estinguessero gli effetti nefasti. Altro sacrificio espiatorio necessario era quello per purificare gli strumenti di ferro quando, nel secondo giorno delle feste di maggio, la cerimonia prevedeva che si pulisse il lucus e si potassero gli alberi. Toccare il ferro era severamente vietato, in quanto in senso lato riferimento alla guerra e alle armi, simbolicamente per non sporcare di sangue i puri semi novelli conservati nel tempio e utilizzati nelle cerimonie per propiziarsi futuri buoni raccolti. Per questo scopo gli Arvali sacrificavano due porcilia, le nostre porchette, che avrebbero mangiato nel loro banchetto rituale.
Era necessario compiere ulteriori sacrifici espiatori nel momento in cui gli acta si incidevano con strumenti di ferro sulle superfici di marmo del tempio della dea, se un albero cadeva per effetto di vento, fulmini o vetustà, se avvenivano incendi, caduta di fulmini o di crolli degli edifici sacri. In questo caso si sacrificavano una scrofa, una pecora e un toro (suovetaurilia), a seguire si immolavano due vacche in onore della dea Dia e due ovini per le altre divinità celebrate nel lucus, e poi tanti animali (verbaces) quanti i membri della famiglia imperiale divinizzati, il cui culto si celebrava in un altro edificio presente nell’area e tappa delle processioni degli Arvali, il Caesareum.
Gli Arvali si occupavano anche di compiere sacrifici per il culto imperiale, quali la celebrazione del compleanno degli imperatori in vita e dei membri della sua famiglia, la divinizzazione di imperatori e imperatrici defunti, il ritorno da spedizioni da luoghi remoti.
Sacrifici venivano compiuti alla triade capitolina invocando la salus dell’imperatore e dello stato (salus publica), ma anche in onore di Marte, Nettuno, Ercole, Vittoria, Vesta, Nettuno, del dio Summanus da cui dipendono i fulmini notturni e della dea Flora.
Intorno alla metà del III secolo d.C. cominciò il declino del collegio sacerdotale, fino alla soppressione dei culti pagani alla fine del IV secolo.
Bibliografia
J. Scheid, Gli Arvali e il sito ad Deam Diam, in R. Friggeri, M. Magnani Clementi, C. Caruso, Terme di Diocleziano. Il chiostro piccolo della certosa di Santa Maria degli Angeli, Milano 2014
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